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Oggi siamo a Roma per fare due chiacchiere con Agnese Addone, Digital Champion del CoderDojo di Roma. Dopo anni passati a sperimentare l’informatica da insegnante di scuola primaria, ha scoperto il coding a giugno 2013 e non l’ha lasciato più, lavorando da volontaria alla realizzazione di laboratori di programmazione gratuiti per bambini. Lo ha già raccontato alla Camera, a Digital Venice, a Bruxelles e all’AgID. Ultima impresa la MakerFaireRome 2014 con il gioioso esercito di mentor della rete CoderDojo Italia.

Come è stata la tua esperienza con la scuola (come studente o come insegnante)?

La mia esperienza non è ancora finita. Ho iniziato come alunna, lavoro come insegnante, proseguo come allieva e autodidatta, opero come mentor e formatrice.

Raccontaci la scuola dei tuoi sogni

La scuola dei miei sogni è partecipata, aperta, liquida, sociale e socievole. Per me queste parole hanno un peso; le uso davvero, sia quando insegno che quando imparo.

Non esiste “scuola” senza la collaborazione, senza il rapporto di mutuo scambio tra chi ci vive e la vive.

È aperta perché solo così accoglie la società e le sue trasformazioni, propone e non dispone. È necessariamente liquida, i saperi sono idee, proposte, progetti; le attività sono laboratori di ricerca attiva e collaborativa. I bambini e i ragazzi sono sociali e socievoli di natura, siamo noi che costruiamo barriere e impediamo che questo processo accada; insieme si impara meglio, si insegna meglio. Nei percorsi di formazione dei docenti abbiamo progettato un modello di apprendimento e auto-apprendimento sociale, costituendo prima la community e poi il vero e proprio percorso.

La conoscenza non si trasmette ma si elabora insieme, in un processo orizzontale.

Come immagini una “scuola open source”?

Per me una scuola open source è una scuola in cui non si sente l’esigenza di mettere limiti a nessuno e si tende sempre verso qualcosa di nuovo, bello, utile e condiviso, ma anche quella in cui tutti possono accedere a tutto.

Chiunque insegna, presenta, pubblica affinché la conoscenza sia a disposizione di tutti.

Non si tratta solo di aspettare chi non ce la fa, in una logica che appiattisce le intelligenze e sprofonda gli ingegni; piuttosto mi augurerei di vedere finalmente sbocciare i talenti, dare spazio a curiosità e creatività, condividere sapere e generarne di nuovo.

Cosa cambierebbe se esistesse una “scuola open source”?

Cambierebbero i modelli educativi, sarebbero – necessariamente – portati a cambiare. In Italia abbiamo “scuole” pedagogiche importanti, istituti conosciuti e visitati da studiosi di tutto il mondo. Però non sono open, il loro modello è chiuso. Non condividono molto, se non quanto basta per essere conosciuti, e mostrano autoreferenzialità. Eppure sono modelli davvero innovativi, peccato.

Potendo ripensare il modo in cui si trasmette la conoscenza nella scuola, come lo ripenseresti?

Prima di tutto credo che i ragazzi debbano imparare ad essere versatili. Entrare nel mondo del lavoro ormai è quasi un concetto superato, perché studio e lavoro spesso coincidono e sono complementari.

È sempre più necessario imparare a pensare e ripensarsi, a rimettersi in gioco con sempre nuove competenze, ad essere meno settoriali, acquisendo conoscenze sempre più ampie anche in campi non necessariamente coerenti con il proprio percorso.

Credo sia utile insegnare a presentare se stessi, che significa prima di tutto conoscersi a fondo e sapersi promuovere.

Le aziende dovrebbero lavorare in stretta connessione con il territorio in cui operano, mettendo a disposizione spazi e tempi delle proprie attività sia ai ragazzi che agli insegnanti. Questo può accadere però solo se la scuola si dichiara pronta a fare altrettanto.

Cosa significa “fare ricerca”?

Non sono ricercatrice, ma mi sono accorta che la mia attività in qualche modo è assimilabile ad una ricerca sul campo.

Per me fare ricerca significa darsi da fare per gli altri e, soprattutto, fare.
Solo così si vedono gli errori e si può ripartire per migliorarsi.

In che modo credi che le tecnologie possano aiutarci a costruire un mondo migliore?

Io sono appassionata di “tecnologie”, soprattutto quelle per l’educazione. Credo che il mondo migliori con la cultura e che la tecnologia sia la chiave più democratica per accedervi. Arte, teatro, cinema, musica, letteratura, ma anche robotica, chimica, programmazione, ingegneria… non esiste campo del sapere in cui la tecnologia non abbia mostrato le sue potenzialità e quanto può davvero essere utile a tutti.

Non basta da sola a costruire un mondo migliore, però: servono le persone.

La vera intelligenza sta nel saperle usare e nel riuscire a trarne il maggior beneficio per quante più persone possibili.

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