Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker) Intervista a Eugenio Battaglia (BioHacker)

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Oggi inauguriamo uno spazio particolare, una serie di interviste a personaggi del mondo dell’innovazione sociale e tecnologica, sul tema dell’educazione, della scuola, e dell’open source. Questo processo è l’incipit della co-progettazione, una riflessione aperta e condivisa sullo stato delle cose e sull’orizzonte di futuro prossimo.

Il primo intervistato è Eugenio Battaglia, biohacker, di Torino.

Come è stata la tua esperienza con la scuola? (come studente o come insegnante)

XYLAB è stata un’esperienza unica tra quelle in cui mi sono trovato al di là della cattedra, come docente. La realtà è che le cattedre non esistono ad XYlab, ogni studente, ogni partecipante, ogni passante può innescare processi di trasmissione della conoscenza. Ognuno ha infatti contribuito a rendere XYlab contaminazione pura. I tavolacci contenevano grossi pezzi di carta, disegnati, scritti con formule e concetti dei più vari. Altri erano pieni di componenti elettronici, saldatori e cavetteria varia. Si passava un pò di tempo in un tavolo, si scambiavano chiacchere, riflessioni e progetti, da qualche istante, a qualche ora, poi come per magia quando ognuno trovava il suo, si ci fermava e si andava a fondo. Il risultato è ben documentato. Ovviamente è un processo sperimentale che ha ancora tanto da implementare, ma considerate le scarissisime risorse, comparate ad altre esperienze che ho avuto in Università e centri di ricerca, lo spirito di collaborazione e la multidisciplianarietà che sono emerse durante XYlab sono uniche. Da un lato lo spirito degli organizzatori, che in realtà hanno solo facilitato un processo di auto-organizzazione supportando i partecipanti, e dall’altro il numero stesso di partecipanti. Ecco, quando si ha una massa critica di persone interessate a conoscere e a conoscersi, e i giusti parametri, emergono cose imprevedibili e meravigliose.

Raccontaci la scuola dei tuoi sogni – come dovrebbe essere il rapporto docente-discente in questa scuola?

Il rapporto dovrebbe essere di trasmissione della passione per un argomento, una materia o una disciplina, che va al di là della nozione (importantissima in caso di discipline tecniche). Ma per dirla alla Pennac, “gli studenti dovrebbero avere il diritto di non finire di leggere un libro”. Certo è importante che gli studenti si pongano in modalità ricettiva, apprendendo da chi ha più esperienza, riconoscendo il maestro. Allo stesso tempo il docente dovrebbe non dare per scontato il suo ruolo e dovrebbe guadagnarsi l’attenziona, la fiducia e il rispetto dei suoi studenti trasmettendo passione e interesse.

Insomma non interessa a nessun studente quanto sei bravo in quella materia, ti ascolterà solo se lo saprai coinvolgere emotivamente ed intellettualmente sul perchè quello che insegni è importante o estremamente interessante. Questo non accade spesso, mentre ad XYlab devo dire che molti erano in linea con queste riflessioni.

Come avviene la trasmissione della conoscenza?

Qualsiasi trasmissione avviene quando qualcuno trasmette un segnale che contiene non solo dati (nozioni, formule, operazioni ecc), ma anche informazioni (collegamenti mentali ed emotivi ipertestuali e transpersonali) che danno contesto e arrichiscono la rete di significati che emergono dalle relazioni che i dati hanno tra loro, e le relazioni che queste intessono con il soggetto trasmittente, con il soggetto ricevente e i vari contesti che essi vivono. Dall’altro capo della comunicazione ci deve essere un soggetto disposto prima di tutto ad apprendere con interesse, sapendo di essere ignorante, dedicando prima di tutto totale attenzione a chi sta trasmettendo. Nelle trasmissioni, e fra una trasmissione e l’altra, piano piano e con la pratica si creano le condizioni giuste per il ricevente per poter iniziare ad assimilare e comparare con loro le informazioni ricevute. Da queste creare poi modelli ed interpretazioni che successivamente raggiungono la curiosità empirica dell’individuo nel comprenderle appieno, e farle proprie. Esse infine, superate la prova empirica, o raggiunto un sufficiente numero di associazioni mentali che danno per vere le conoscenze acquisite si rafforza sempre di più in esperienza. Un’esperienza che se aggiunge nuove informazioni, o punti di vista, o applicazioni, rientra nel circolo sociale tramite esperienze di apprendimento che serviranno ad altri. E così via all’infinito, o meglio fintanto che muoversi su quel piano rimane interessante.

Come immagini una Scuola Open Source?

Come XYLAB ma con più fondi, con più discipline, e continua nel tempo.
Essa deve avere una sede permanente che però si occupa anche di divulgare il proprio modello altrove dando assistenza ad altri che vogliano fare la stessa cosa, o generando le condizioni adatte affinchè la cosa accada. Come per le licenze Open Source. Puoi forkarle e farne una versione tutta tua, o se ti piace quella disponibile usi quella. Il tutto ovviamente deve dotarsi di sistemi di governance distribuiti che diano valore ai contributi prodotti dai singoli e da sotto-gruppi della collettività. In questo modo si da valore a ciò che produce valore. Essa deve fornire dei cicli esperienziali multi-tematici con obiettivi di formazione, di ricerca e professionali definiti quel tanto da lasciare libero il caso di generare scoperte improvvise.

Cosa cambierebbe se esistesse una “scuola open source”?

La scuola tornerebbe ad essere l’Agorà che era in principio, fuori da meccanismi di inefficienza e di degrado delle figure professionali che vi ci lavorano, e con una prospettiva maggiore sulle possibilità di futuro che hanno gli studenti che vi ci passano.

Il punto interessante, è che una scuola del genere può esistere, e può anche generare trazione per diventare un nuovo modello a cavallo con il suo core tra l’università e la formazione professionale, fornendo apparati di supporto alla formazione secondaria, e senza tralasciare la formazione dell’età primaria – quindi colmando i gap generazionali che ci sono tra persone che vivono in età diverse lo stesso periodo storico altrimenti frammentato.

Potendo ripensare il modo in cui si trasmette la conoscenza nella scuola, come lo ripenseresti?

Al di là della scarsezza e cattiva gestione dei fondi (sia da parte di chi eroga, sia da parte di vorrebbe accedervi), e dei problemi organizzativi ministeriali con dipendenze storiche vecchissime che si ripercuotono su nuove e vecchie generazioni di insegnanti, (con vittime sopratutto gli studenti e i contribuenti)… Quindi, al di là di questa matassa incasinatissima di riforme a breve scadenza, la scuola contemporanea soffre di due punti altamente risolvibili facendo pressioni ed interventi culturali mirati: la scarsa passione degli insegnanti, spesso sconnessi da ciò che un giorno li faceva alzare al mattino con una delle più nobili missioni da compiere. Missione a cui alcuni riferiscono come “sacrificare la propria vita per trasmettere conoscenza ad altri”… d’altronde se tu studi fisica chi te lo fa fare (al di là dei compromessi e dei limiti economici) di smettere di cercare, e insegnare le stesse cose, ogni anno a studenti diversi (?). Chi non ha questa passione, è come chi si è iscritto ad infermieristica per comodità anziché studiare per diventare medico. La differenza è che chi ha passione per un particolare ruolo, si iscrive ad infermieristica per fare quello e non per fare il medico mancato. Sono due cose diverse e si potrebbero fare esempi in tanti altri ambiti. La conseguenza è che molti insegnanti sono incapaci di trasmettere la passione. Va da sè che se uno non ha passione, non può sapere come si fa a trasmette. Ma chi ce l’ha, e vuole insegnare, può solo darsi una missione etica che è quella di apprendere egli stesso come trasmettere questa passione. Facendo così gli insegnati potrebbero incorrere nella paura di andare fuori dai programmi ministeriali, e come dar loro torto? Anche questi vanno rivisti in un’ottica meno prescrizionale e di respiro molto più ampio, uscendo fuori da questa follia e noia mortale delle nozionistica di Stato.

Come detto sopra: troppe nozioni. E a questo punto ci aggiungo anche troppa poca pratica. Oggi è possibile, sempre che lo si voglia, instaurare una didattica pragmatica, che prende ogni concetto e lo trasla nel suo contesto storico, economico, politico, ingegneristico e applicativo. Se ti insegno la biologia, dopo aver fatto le letture, ti porto in un giardino botanico, alla facoltà di entomologia, o di biotecnologie. Ti porto a conferenze, laboratori organizzati dal FabLab di zona. O magari inizio ad invitare nella scuola persone del FabLab, ricercatori. Oppure lo facciamo sto FabLab nella scuola, magari lasciandolo aperto dopo le ore curriculari…

Tutto questo non dovrebbe essere solo un safari effimero, ma essere materia di esame, materia di lavoro per lanciare la curiosità dei giovani in un vortice senza fine. Il testo dovrebbe essere fondamento ma non limitazione della conoscenza, dovrebbe essere un trampolino per andare subito con le mani nella pozzanghera per vedere se quello che è scritto nel libro è vero e fino a che punto. Sicuramente si scoprirà di poter andare più a fondo con la conoscenza, se la si applica, se la si tocca con mano.

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