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Non dovrebbe più esistere la scuola. Così com’è ora, va rasa al suolo. Rifatta da zero, nessun puntello va bene. Se la civiltà occidentale avesse la forza di radere al suolo la scuola e rifondarla sarebbe un segno di vitalità. Questa sì che sarebbe una riforma, e io vorrei finalmente dichiararmi viva. È un auspicio per la società tutta, la scuola non deve esistere. È un inutile imbuto, è un sistema profondamente sbagliato. Roba inutile, ridondante, dannosa, prolissa, inconcludente, astiosa. La scuola non è un quadro da appendere a una parete, va fatta, non solo guardata.

Lo scrive Agnese Addone, insegnante, coordinatrice del Coderdojo e progettista del Teacherdojo di Roma. Agnese si occupa di ambienti informali di apprendimento e del rapporto tra didattica, tecnologia, arte ed espressione personale e fa parte del gruppo di ventiquattro tutor e docenti che, assieme a sessanta partecipanti, si raduneranno a Bari, dal 18 al 30 luglio, per scrivere il kernel, il nucleo del sistema operativo da cui si svilupperà poi la Scuola Open Source. Non si tratta di elaborare un semplice programma didattico, ma progettare una scuola fuori dai soliti canoni predefiniti, nel solco di modelli come la comunità di Roycroft e la scuola Bauhaus.

XYZ, il triplice laboratorio che ne costituisce l’incipit, restituirà una matrice su cui si edificherà l’intero progetto che, come tutti i software con un codice sorgente aperto, potrà essere modificato e migliorato dagli interventi successivi.

All’interno di uno spazio orientato da tre assi appena ortogonali (X-identità, Y-strumenti, Z-processi, gli ambiti di ricerca) si muoveranno dunque competenze e professionalità eterogenee, che solitamente è difficile incrociare nello stesso contesto. X, Y e Z condivideranno nozioni e metodi. Nelle scienze umane come nel design, la conoscenza si conquista passando attraverso l’esperienza di un laboratorio: è il pensiero-mantra di Salvatore Zingale, ricercatore al Dipartimento di Design e docente di Semiotica del progetto al Politecnico di Milano, dove è inoltre responsabile scientifico di Humanities Design, altro luogo di ricerca, produzione e divulgazione interessato a sottolineare la dimensione umana del design – ovvero la capacità di informare con sensibilità e responsabilità un sistema di connessioni che coinvolge luoghi, comunità, pratiche, processi, in una prospettiva sostenibile e in modo inclusivo e democratico.

Salvatore sarà a Bari assieme a Giovanni Anceschi, pioniere del movimento “Grafica di pubblica utilità” e tra gli estensori della Carta del progetto grafico, designer della comunicazione, organizzatore di cultura della visibilità e della multi-modalità, e a Loredana Bontempi ed Emanuele Bonetti, fondatori di Parcodiyellowstone, curiosi indagatori delle nuove prospettive tecnologiche e delle dinamiche sociali a esse correlate. A Bari si troveranno immersi in un contesto ideale: ci saranno hacker come Salvatore Iaconesi, interaction designer, creatore del network internazionale Art is Open Source e fondatore – con Mirko Balducci e Giacomo Equizi, anch’essi presenti a XYZ – di Nefula, il primo studio e laboratorio di ricerca italiano di near future design; ci saranno inoltre maker quali Alberto Di Cagno, che abbina le competenze di microelettronica e automazione/programmazione agli studi nel campo della tutela della proprietà intellettuale e del diritto delle tecnologie, Paolo Cavagnolo, che al TechLab di Chieri aiuta la comunità locale a comprendere l’evoluzione stessa della tecnologia e a rendere accessibili strumenti, tavoli e macchinari, e Angelo Cardellicchio di Barimakers, programmatore su Android ed elaboratore di immagini digitali.

Più che un mosaico di professionalità, XYZ è un ambiente di reazione in cui i reagenti sono le persone, sempre al centro del processo, con i docenti che fungono da catalizzatori e al massimo indirizzano i percorsi. Una dinamica proiettata al lavoro di gruppo con lo studente che, sebbene in maniera più accademica, si pratica anche nei più illuminati istituti superiori per le industrie artistiche, come l’ISIA di Urbino, diretto da Luciano Perondi, docente di Storia del libro da sempre attento al problema della conoscenza come impegno civile, e in cui insegna Mauro Bubbico, progettista di fama internazionale che affronta il tema dell’identità fra tradizione e futuro attingendo alle storie e ai luoghi del meridione, plasmandoli con voce universale.

Un approccio più indirizzato al mondo digitale è quello di Oriana Persico, artista e scrittrice, docente all’ISIA di Firenze, curatrice di diverse campagne e progetti di comunicazione innovativi (come La Cura Open Source), performance, strategie di ricerca.

Non esistono cattedre.

L’accesso al laboratorio è gratuito.

I sessanta partecipanti selezionati tra i 199 di diverse nazionalità non sono semplici discenti, ma accumulatori di conoscenza e a loro volta propagatori di energia. Questa dinamica moltiplica le possibilità di imparare. La trasmissione di saperi avviene anche per osmosi e dodici intensi giorni sono un tempo sufficientemente lungo perché la miscela chimica possa addensarsi. Assumono quindi particolare importanza gli acceleratori dei processi collaborativi. Vittorio Netti, un master in progettazione partecipativa, si interessa di e-governance, politiche per il cittadino e, con il progetto Coompany, fornisce piattaforme digitali per agevolare la scambio di informazioni e le decisioni comuni. Alessandro Merletti De Palo, fondatore e direttore scientifico di Cooperacy, ha ridefinito il concetto di cooperazione apportando benefici relazionali connessi alle percezioni del reale, mentre Shavala De Silva, dopo una formazione da architetto, lavora a progetti di start-up e ha ideato We care, una piattaforma che facilita la ricerca e il contatto tra professionisti dell’assistenza sanitaria e assistiti attraverso la formazione di una community di riferimento, secondo un sistema di valutazione non anonimo.

Nunzia Coco, service designer, indaga i processi creativi e l’open innovation aziendale in un dottorato alla facoltà di management dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Federica Vittori segue lo sviluppo operativo e strategico di cheFare e lavora sulla sostenibilità, l’organizzazione e la pianificazione per imprese e organizzazioni anche del terzo settore. Il direttore scientifico di cheFare, Bertram Niessen, è mosso dalla convinzione che occorrano nuove forme di azione sociale e politica e per questo si occupa quotidianamente di un ampio spettro di argomenti, dagli spazi urbani alle innovazioni dal basso, tenendo corsi di metodologia della ricerca, sociologia della cultura, sociologia urbana e nuove tecnologie per la ricerca sociale. Leonardo Zaccone, sound designer e artista performativo, ha creato Roma makers – un ecosistema di fablab – e Corete, una rete di spazi collaborativi nella capitale.

I saperi e le esperienze si intrecciano per pensare alla scuola, inseguendo Gropius, come centro di ricerca, didattica e consulenza artistica e tecnologica per l’industria, il commercio e l’artigianato.

Anche quello digitale: Andrea Jemmet si occupa di reti neurali, robotica e sicurezza informatica; analogamente Danilo Di Cuia, progettista e sviluppatore informatico, esplora le interazioni uomo-macchina. Giacomo Leonzi, tra i personaggi di spicco del Fablab Torino, ha invece acquisito competenze sul risparmio energetico implementando un’infrastruttura per controllare e gestire da remoto dispositivi energivori. Le loro particolari abilità potranno ibridarsi con quelle di Marco Goran Romano, illustratore, di Valerio Nicoletti, grafico e curatore freelance che partecipa alla redazione della rivista di cultura e arti visive Athanor, e di Andrea Bergamini, autore di una tesi su un progetto tipografico opensource per testare la leggibilità di caratteri per segnaletica e fondatore dello studio multidisciplinare Display.xxx.

Se Giovanni Lussu, il decano dei docenti di XYZ, insegna che la scrittura non è un sistema definito e statico, ma si flette in base alla modalità di interazione con il contesto e alla sinsemia, ovvero alla disposizione dei segni nello spazio, in qualche modo il risultato del laboratorio dipenderà anche dalle interazioni tra i vissuti e le competenze che lo abiteranno.

I punti d’intersezione delle traiettorie dei partecipanti, insomma, delineeranno il primo profilo di configurazione della Scuola Open Source. È soltanto uno degli universi possibili: il codice è aperto e il futuro della scuola stessa è completamente riscrivibile.

Sarà un posto cangiante, meraviglioso.

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